venerdì 31 ottobre 2014

Game over

È finita. Fine del gioco.
Combattevi già a vent'anni, quando eri uno studente fuori sede, molto fuori, a più di 400 km da casa e i tuoi amici approfittavano della situazione per far festa tutte le sere. Tu no, sapevi che non potevi perder tempo, ti mantenevano i tuoi, semplici contadini e quindi la sera tu studiavi, il tuo obiettivo era quella laurea, ne avevi di tempo per divertirti...
Ti sei meritato tutto ciò che hai avuto, hai sposato la ragazza che amavi da quando eri poco più di un bambino e insieme avete lasciato il paesello, avete avuto una figlia e ce l'avete fatta insieme.
Tu eri quello che aveva i soldi, l'ingegnere che viaggiava col macchinone pagato dalla ditta, ma io ho visto con i miei occhi quanto quei soldi non te li regalava nessuno.
Mi stava un po' sulle palle quel lato del tuo carattere, preso da tua madre, quel volere ostentare tutto ciò che era tuo, il vino pregiato che bevevi ad ogni pasto, tua figlia che suonava il pianoforte e ce la dovevamo sentire ogni volta che venivamo a trovarvi, per fortuna giusto alle feste comandate, quel dolce che tu mangiavi solo se veniva da quella pasticceria a 50 km da casa, tu che, solo tu, potevi permetterti quel ristorante di pesce... oggi capisco che forse parlavi solo perché eri orgoglioso di avercela fatta con il tuo sudore.
L'ultima volta che siamo venuti a trovarvi ci hai mostrato al computer il progetto di quella villetta che a un passo dalla pensione stavate costruendo e mi hai fatto tenerezza, perché eri emozionato, ci hai mostrato le piastrelle, gli infissi e persino gli impianti, lì non c'era ostentazione alcuna, solo felicità.
Dopo poco più di un anno è arrivato il terremoto e in quella villetta, dove abitavate da poco, avete avuto paura di veder crollare al suolo i sogni di una vita, per fortuna vi siete rialzati senza troppo sforzo.
E intanto è arrivata la pensione, la possibilità di godersi una giornata senza giacca e cravatta, senza dover tornare al computer dopo cena per almeno tre ore, finalmente potevi curare quel giardino.
E poi la diagnosi, due mesi di vita.
Ma tu non ti sei dato per vinto, e i tuoi soldi ti hanno permesso di curarti e farti visitare da luminari, hai potuto avere anche un appuntamento con quell'oncologo lì, che molti comuni mortali se lo sognano.
I due mesi sono durati due anni, tra alti e bassi, tra terapie, tac e dialisi. Stavi migliorando, a vederti, a detta di chi ti ha visto, non sembravi proprio malato.
Hai continuato a curare il tuo giardino, a goderti il riposo e alla fine hai voluto anche riprendere il lavoro, per non annoiarti.
A quest'ora  non lo so se ti hanno già svegliato, se te lo hanno detto già, perché questo è il programma odierno...
Ben che vada ti rimane un mese di vita, sei pieno di metastasi e sei arrivato alla fine della corsa, ma non è un traguardo.
Il tuo cuore smetterà di battere nel sonno, non reggeresti il dolore, quindi tornerai in terapia intensiva, non appena ti avranno dato questa splendida notizia...
Io non verrò a salutarti, sei lontano, e non mi piace piangere davanti alla tua famiglia, voglio ricordarti quando facevamo le gare nella piazza del paesello, con quelle macchinine telecomandate che tu avevi progettato e realizzato, con i pantaloncini corti e le ciabatte da mare ai piedi.
Ciao zio, riposa in pace...

1 commento:

Moky ha detto...

E' sempre dura dire addio, soprattutto quando è la malattia che li porta via e non la vecchiaia

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